sabato 23 gennaio 2010

ER PATATA IL CENSORE

Per esperienza diretta posso giurare sull'esistenza di una schiera molto nutrita di persone convinte che NON SI DEBBA, IN PRESENZA DI BAMBINI, USARE CERTE PAROLE: le così dette parolacce. Immagino anche file di autori, dai nomi improbabili e rassicuranti, ingrassati pontificando pagine e pagine sul'argomento. Ecco, io non sono d'accordo: in primo luogo, perché di solito le parole innominabili si riferiscono a parti del corpo umano cui siamo tutti molto affezionati, o al più nobile dei suoi escrementi (cui persino il più celebre lettore di Dante ha dedicato una bella canzone), quindi non si capisce la logica discriminante se non accettando robe tipo che solo l'anima si può salvare e sul corpo grava lo stigma della dannazione; e poi non mi convincerò mai che l'autocensura sia un valore da insegnare ai figli. Posso capire che si ceda alla censura: in quei casi agiscono manifesti scontri tra forze ove il più debole viene sconfitto, ma qui, insomma, è diverso: si insegna a parlare e si educa a pensare e allora io sono certo che senza pudori di questo tipo un bambino potrebbe velocemente capire di quali parole ed espressioni diffidare, tra cazzo e transustanziazione, per esempio (o tra merda e risorse umane).

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